Con Trump Presidente ecco perché Apple e Google ora sono nei guai

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News del 10 Novembre 16 Autore: Stefano Fossati
Donald Trump è il 45mo presidente degli Stati Uniti d’America. E mentre massmediologi e politologi vari si affrettano a rivedere le loro teorie sul peso dei social media sul voto, elaborate all’indomani dell’elezione di Barack Obama (in base all’analisi dei dati dei social, Hilary Clinton avrebbe dovuto ottenere una netta vittoria), ci si chiede ora quali saranno le conseguenze che il risultato elettorale avrà sulla Silicon Valley e sul settore delle tecnologie in generale. Non è un mistero, infatti, che la quasi totalità dei dirigenti delle aziende tecnologiche d’oltreoceano fossero decisamente schierati contro Trump, data la sua visione conservatrice (per non dire retrograda) dei mercati globali e dell’organizzazione industriale. Ora, loro malgrado, dovranno fare i conti con le politiche “trumpiste” e con le loro conseguenze.

Per capire quali potranno essere, nello specifico, i “danni” che il nuovo inquilino della Casa Bianca potrà arrecare all’industria hi-tech statunitense, l’autorevole testata USA TechCrunch ha analizzato il programma elettorale del neopresidente con l’aiuto di Gregory Autry della USC’s Marshall School of Business. Intendiamoci: alcune posizioni di Trump sono avversate da gran parte dello stesso partito Repubblicano, che potrebbe quindi bloccarne o limitarne la trasformazione in leggi; tuttavia la conclusione è che i prossimi quattro anni saranno probabilmente tutt’altro che facili per le aziende del settore. Ecco perché.

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Commerci globali – Trump ha promesso di reintrodurre dazi significativi sulle merci prodotte in Cina, così da favorire il rilancio della produzione sul territorio statunitense da parte di quelle aziende americane che da tempo hanno delocalizzato in Oriente le loro necessità manifatturiere. Una strategia di politica economia che riporta indietro l’orologio della storia di oltre vent’anni, a un’epoca in cui internet praticamente non esisteva ancora, il peso delle esportazioni in Cina era quasi irrilevante per gran parte delle aziende occidentali e l’unico Paese in grado di competere con gli Stati Uniti in innovazione e capacità dell’industria tecnologica era il Giappone. Oggi tutte le imprese americane si basano su supply chain globali e l’istituzione di dazi non potrà che danneggiarle sul piano della competitività sui mercati internazionali.

Prendiamo l’esempio dell’iPhone, visto che proprio Apple è stata più volte citata da Trump come modello negativo di impresa americana che realizza in Cina gran parte dei suoi prodotti. Nei mesi scorsi un’analisi sull’ipotetico spostamento della produzione dalla Cina agli USA stimava in circa 100 dollari l’aumento del costo di produzione di ogni dispositivo. Una cifra non irrisoria, se Apple dovesse scaricarla interamente sul prezzo finale (e quindi sul consumatore), tanto più in un momento in cui le vendite di iPhone non corrono più come un tempo (nonostante il buon andamento del nuovo iPhone 7, molti analisti prevedono che i volumi non torneranno ai livelli record di due anni fa) e la quota di mercato di Cupertino a livello globale cala al 12%. Un aumento di 100 dollari/euro del prezzo dell’iPhone (già tutt’altro che contenuto e peraltro aumentato da Apple in occasione del recente lancio dell’iPhone 7) non scoraggerebbe i più affezionati fan dell’azienda, ma potrebbe spingere molti consumatori a guardare alle sempre più numerose alternative proposte da una concorrenza che ormai non è più rappresentata solo dalla “storica” rivale Samsung, ma anche da produttori orientali che hanno raggiunto livelli di qualità, affidabilità e raffinatezza tecnologica impensabili fino a pochi anni fa. Certo, Apple potrebbe decidere di assorbire almeno una parte dell’aumento di prezzo riducendo i margini di guadagno su ogni dispositivo venduto, ma anche questa mossa avrebbe inevitabili ripercussioni sui bilanci dell’azienda. Senza contare che, per reciprocità, la Cina potrebbe a sua volta stabilire dazi per i prodotti americani venduti nel Paese, tagliando così le gambe ad Apple in quello che oggi rappresenta il suo principale mercato dopo quello degli Stati Uniti.

Immigrazione – I colossi della Silicon Valley sono davvero globali, avendo costruito gran parte delle loro fortune sul programma di visti H-1B che permette ai talenti provenienti dall’estero di rimanere negli Stati Uniti e ottenere l’ambita Green Card nel momento in cui vanno a soddisfare la domanda, da parte delle aziende, di lavoratori con formazione e competenze di alto livello. Dopotutto, Google e Microsoft sono guidate da amministratori delegati di origini indiane, mentre il più famoso dei fondatori di Apple era figlio di un immigrato siriano. Peccato che Trump abbia detto di voler riformare radicalmente questo programma nell’ambito dell’impegno per ridurre l’immigrazione, privando così le imprese tecnologiche americane della possibilità di attirare i migliori cervelli di tutto il mondo.

Cybersicurezza – Nonostante la crescita esponenziale di attacchi informatici proprio durante la campagna elettorale per la Casa Bianca, il piano di Trump per fronteggiare il problema appare vago e a tratti addirittura pericoloso, concepito più per attaccare l’avversaria politica Hilary Clinton per il noto caso della cattiva gestione delle email, che non per impostare una seria gestione della sicurezza elettronica attraverso un programma di ricerche e investimenti. Troppo poco per proteggere aziende e istituzioni da campagne di cyberattacchi sempre più sofisticate, che in molti casi sembrano essere supportate da potenze avversarie.

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