Apple: voce grossa con il governo USA, zerbino con quello cinese

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News del 05 Gennaio 17 Autore: Stefano Fossati
Poco meno di un anno fa, Apple e il suo amministratore delegato Tim Cook non lesinarono gli sforzi per difendere gli inviolabili diritti dei clienti contro le pretese delle autorità statunitensi, che chiedevano all’azienda di sbloccare l’iPhone appartenuto a uno dei terroristi autori della strage di San Bernardino. Sappiamo com’è andata a finire: Apple non cedette alle ripetute richieste dell’FBI, preparandosi a uno scontro legale che si annunciava durissimo, evitato soltanto dall’intervento di una società esterna che aiutò gli investigatori a sbloccare lo smartphone senza l’aiuto del produttore.

Furono molti i commentatori, i clienti e persino i concorrenti che applaudirono Apple per la fermezza con cui si era opposta alla (supposta) invadenza dello Stato nei confronti di un diritto (in questo caso, quello alla privacy) dei privati cittadini. Ma si sa, in politica come in economia pesi e misure non sono mai gli stessi in ogni luogo e in ogni tempo. E così la stessa azienda di Cupertino, di fronte alla richiesta delle autorità di un altro Stato - quello cinese - di censurare una testata importante e autorevole come il New York Times, ha obbedito senza battere ciglio: nessun intervento polemico, nessun commento da parte di Tim Cook, solo una mail di un oscuro portavoce, Fred Sainz, che spiega: “Siamo stati informati che l’app (del New York Times, ndr) è in violazione delle nome locali. Di conseguenza, è stata rimossa dall’App Store in Cina. Quando la situazione dovesse cambiare, l’App Store offrirà nuovamente l’app del New York Times per il download in Cina”.

Apple: voce grossa con il governo USA, zerbino con quello cinese - immagine 1

Per la cronaca, Apple ha rimosso le app del New York Times sia in lingua inglese che in cinese il 23 dicembre, a seguito della richiesta delle autorità di Pechino che, non è un mistero, non vedono di buon occhio la possibilità che la popolazione possa accedere ai media stranieri e in particolare a quelli americani: siti e servizi “made in Usa” come Facebook, Twitter e Gmail sono ufficialmente bloccati in Cina. Dove peraltro, già in passato, Apple ha censurato senza troppe storie altre applicazioni relative a libri e contenuti di informazione, compresa la sua stessa app News che aggrega le notizie del giorno da diverse fonti.

Del resto, fare la voce grossa non appare una strategia conveniente per Apple in quello che rappresenta il principale mercato per volume di vendite dopo quello USA, soprattutto nel momento in cui le richieste di iPhone calano e le stesse autorità locali non si mostrano particolarmente favorevoli nei confronti dei prodotti e dei servizi di Cupertino. Nei mesi scorsi Tim Cook è volato un paio di volte in Cina per colloqui con le autorità di Pechino: chissà se ha promesso la stessa fermezza nel caso che, a chiedere lo sblocco di un iPhone, fosse la polizia cinese.

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