Facebook, il regno delle bufale: i pericoli dell’informazione social

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Articolo del 04 Aprile 16 Autore: Stefano Fossati
Oliviero Toscani, uno che di comunicazione ne sa eccome, non ha probabilmente torto quando dice che i social media hanno dato voce a legioni di imbecilli. Ma, forse, ancora più preoccupante è il fatto che hanno dato voce a legioni di manipolatori della realtà, che trovano legioni di creduloni disposti a credere a tutto ciò che leggono. Così, se un tempo una notizia doveva per forza essere vera perché “l’ha detto la televisione”, ora lo è perché “l’ho letto su Facebook”.

L’ultimo esperimento, in ordine di tempo, la ha realizzato un gruppo di piemontesi fra i quali Andrea Appiano, consigliere regionale del Pd ed ex sindaco di Bruino (Torino): uno degli amministratori del gruppo Facebook “Sei di Bruino se”, tra gli organizzatori dell’iniziativa, ha pubblicato nei giorni scorsi una pagina di un fantomatico “Giornale di...” con il titolo “Reperti romani a Bruino” e un articolo che descriveva nei dettagli cosa sarebbe venuto alla luce durante i lavori per il progetto di Corona Verde, il piano provinciale di collegamento delle piste ciclabili, con tanto di intervista a un archeologo. Tra i “reperti” anche presunti “resti umani”.

A gettare benzina sul fuoco, poi, i primi commenti degli altri partecipanti all’esperimento, fra cui appunto Appiano con battute e scambi di accuse, coinvolgendo ignari cittadini che hanno abboccato alla “bufala social”. Ne sono scaturite accuse alle istituzioni che non avrebbero dato il giusto peso alla “scoperta”: “Come si fa a tenere nascosta una notizia del genere?”, si leggeva in molti post, come riferito dal quotidiano torinese Cronacaqui. E Appiano rincarava la dose in maniera assolutamente credibile, data la carica che ricopre, rivelando che “il sovrintendente mi ha cercato in Regione pregandomi riservatezza assoluta. La penuria di fondi ha impedito di fare un vero cantiere e proteggere adeguatamente i reperti. Ora corriamo il rischio della corsa al reperto, mentre devono ancora essere organizzati gli scavi ufficiali”.

Alla fine, in questo caso, la verità è venuta a galla, svelata dagli stessi artefici della bufala: a Bruino non è stato ritrovato alcun reperto romano e ovviamente nessun archeologo e nessun sovrintendente si sono mai interessati al caso. “Volevamo fare un esperimento sulle dinamiche dei rapporti nei social network, facendo notare come esistano tanti polemici di Facebook che spesso e volentieri parlano di cose che neppure conoscono”, ha spiegato Appiano, dimostrando perfettamente quanto possano essere pericolosi i social, oggi considerati spesso (troppo spesso) fonti primarie di informazione in un’era in cui anche i giornalisti professionisti, per vari motivi (non ultimi i carichi di lavoro sempre più massacranti), hanno ormai perso “l’abitudine” a verificare le notizie, uno dei principi fondamentali (un tempo) del giornalismo.

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Non è certo una novità, il fenomeno delle bufale che, diffuse sui social network, assumono una forza tale da diventare “vere” per moltissimi utenti. Ne abbiamo viste di tutti i colori, dai poliziotti che sparano a teneri gattini all´esistenza di "vere" sirene, a volte diffuse (con convinzione) da persone votate e pagate dai contribuenti. Non a caso, per un “male” sviluppatosi in Rete, la Rete ha cercato di generare l’antidoto, ovvero i siti, i forum e i gruppi di “debunking”, la cui mission è proprio quella di smascherare e smontare le false notizie che corrono sul web: si va dal blog dell’infaticabile Paolo Attivissimo – giornalista impegnato da anni a scovare bufale online - a Bufale.net, da Emergent.info a Snopes. E lo stesso Facebook consente agli utenti di segnalare i contenuti quantomeno “dubbi”. Il problema, però, è che raramente queste iniziative riescono nell’intento, stando a una ricerca pubblicata qualche mese fa dal Laboratory of Computational social science dell´IMT di Lucca e condotta da diversi istituti di ricerca di mezzo mondo sul comportamento di 54 milioni di utenti Facebook statunitensi.

Il risultato, in estrema sintesi, ha dimostrato che, sui social, le persone tendono a leggere e a seguire ciò che è in linea con il proprio pensiero, non importa se si tratta di una bufala: riteniamo vero ciò che ci appare vero perché rafforza le nostre opinioni, non ciò che le mette in discussione, anche se si tratta della verità. Infatti, su oltre 47mila post di “debunking” (ovvero di “smascheramento della bufala”) esaminati i ricercatori hanno notato che la loro efficacia è stata decisamente bassa: pochi gli utenti che hanno interagito con questi post e, di questi pochi, molti “complottisti” lo hanno fatto solo per contestare il “debunking”, finendo così per rafforzare ulteriormente la notizia falsa.

Un meccanismo perverso, insomma, tanto che Walter Quattrociocchi, uno degli autori dello studio, parlando con Repubblica ammette che “non c’è soluzione” alla disinformazione in Rete. Alla faccia di chi sosteneva che il web avrebbe reso l’informazione democratica, libera dai manipolatori professionisti (quelli che confezionano veline per tg e giornali) così da mettere la verità alla portata di tutti. E che cosa succederebbe se Mark Zuckerberg o chi per lui, un giorno, decidesse ipoteticamente (e sottolineo ipoteticamente) di vendere le “sue” verità a tutto il mondo, appiattito e globalizzato (con poche eccezioni) di fronte al “verbo” di Facebook?

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A questa visione pessimistica si oppone il già citato Paolo Attivissimo. Che, commentando sul suo blog i risultai della ricerca, osservava che “Facebook non è il mondo reale. È una sua versione distorta, filtrata, nella quale si fa notare chi strilla di più, chi ha più tempo da perdere e chi vuole mettersi in mostra”. Più o meno ciò che dice Oliviero Toscani. Di più, per Attivissimo i social network “sono un pessimo ambiente per discussioni serie: troppo dispersivi e predisposti ad alimentare tifoserie (tramite i like e simili), battibecchi, esibizionismi e attacchi personali”. La prova che il “debunking”, in realtà, ha senso, il giornalista l’ha avuta proprio in questi giorni, quando Robert De Niro, cofondatore del Tribeca Film Festival ha fatto cancellare dal programma la proiezione di “Vaxxed”, film sui vaccini realizzato da Andrew Wakefield, “il medico britannico radiato dall’ordine – spiega Attivissimo - perché aveva fabbricato i risultati che sembravano legare i vaccini all´autismo allo scopo di lucrare su un vaccino alternativo. Per questo si è intascato circa mezzo milione di euro. È da lui, dalla sua avidità incosciente, che è nato l’attuale antivaccinismo, con tutti i danni e i morti che sta provocando”.

De Niro, che ha un figlio autistico e aveva fortemente voluto l’inclusione di “Vaxxed” nel cartellone del Tribeca, è stato convinto a fare marcia indietro dopo che – racconta ancora Attivissimo – molti giornalisti e critici gli hanno chiesto di “di informarsi meglio su ‘Vaxxed’ e di dare ascolto a chi aveva smontato con i fatti, anche in tribunale, le tesi infondate di Wakefield”. De Niro, oltre che un grandissimo attore, è una persona intelligente e non ha evidentemente paura di mettere in discussione le proprie convinzioni di fronte all’analisi dei fatti. E, per ragioni anagrafiche, non è probabilmente abituato a prendere per oro colato tutto ciò che passa sui social media. Ma siamo sicuri che il “popolo di Facebook” sia altrettanto ragionevole?

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