Scontro editori-ad blocker: un giurì per sbloccare le pubblicità “accettabili”

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News del 10 Febbraio 16 Autore: Stefano Fossati
E’ scontro aperto fra i colossi del web e gli ad blocker, le applicazioni in grado di rimuovere i banner pubblicitari dalle pagine web per rendere più veloce la navigazione e meno caotica la consultazione dei contenuti, soprattutto sul mobile. L’ultimo scontro è fra due star di prima grandezza del calibro di Google e Samsung, società che peraltro da anni coltivano relazioni amichevoli (il gruppo coreano è il principale produttore di smartphone e tablet basati sul sistema operativo Android di Google, contribuendo in maniera determinante al dominio di questa piattaforma nel mercato mondiale dei dispositivi mobili), sfociati un paio di anni fa in un accordo per lo scambio di tecnologie e brevetti.

Ma a Google proprio non è andata giù, la scorsa settimana, la pubblicazione nel Play Store da parte di Samsung della nuova versione del suo tool che, lanciato lo scorso agosto, consentiva di bloccare i messaggi pubblicitari di terze parti sul browser di default dei dispositivi mobili della casa di Seul; la novità introdotta dall’ultimo aggiornamento, sviluppato in collaborazione con Adblock Fast, sta nella possibilità di bloccare anche gli annunci sponsorizzati di Google. Immediata la reazione del colosso del search (e della pubblicità online): l’app è stata rimossa dal Play Store in quanto violerebbe l’accordo di distribuzione sottoscritto da tutti gli sviluppatori, in particolare per quanto stabilito al punto 4.4: “Attività vietate. Lei (lo sviluppatore, ndr) accetta di non intraprendere alcuna attività nell´ambito dello Store, compresi lo sviluppo o la distribuzione di Prodotti, che interferisca con, disturbi, danneggi o acceda in modo non autorizzato a dispositivi, server, reti oppure altre proprietà o altri servizi di terze parti compresi, a titolo esemplificativo, utenti di Android, Google o qualsiasi operatore di rete mobile”.

Scontro editori-ad blocker: un giurì per sbloccare le pubblicità “accettabili” - immagine 1

La mossa di Google rilancia le polemiche nei confronti di queste applicazioni, accusate di mettere a rischio la stessa sopravvivenza di contenuti e servizi gratuiti su internet togliendo loro la principale fonte di sostentamento, la pubblicità appunto. Un recente report di PageFair e Adobe stima in 22 miliardi di dollari la perdita complessiva causata lo scorso anno dagli ad blocker all’industria editoriale. Tanto che gli sviluppatori di alcuni ad blocker iniziano a mostrarsi aperti al dialogo per trovare punto di equilibrio fra le esigenze dei publisher e quelle degli utenti, che spesso vedono compromessa la loro esperienza di navigazione da forme di pubblicità eccessivamente invasive. Fra questi c’è Eyeo, società che sviluppa il popolare Adblock Plus, che ha accettato di partecipare a un tavolo per la costituzione di un gruppo indipendente che possa identificare le pubblicità “accettabili” che gli ad blocker dovrebbero “far passare” senza che questo rallenti la navigazione.

Questa sorta di “giurì” dovrebbe essere composto da rappresentanti di editori, concessionarie e piattaforme pubblicitarie, sviluppatori di browser e applicazioni di ad blocking, associazioni per i diritti dei consumatori ma anche creatori di contenuti come giornalisti e youtuber. Adblock Plus e altre applicazioni simili hanno già oggi delle “white list” di pubblicità considerate “accettabili” e quindi non bloccate, sviluppate però anche su criteri economici: Eyeo e altri sviluppatori di ad blocker accettano infatti pagamenti da parte di editori e concessionarie per consentire ai loro banner di “bypassare” i filtri. Non tutti, però, hanno aderito all’offerta: fra questi il colosso editoriale tedesco Axel Springer, che nei mesi scorsi ha citato in giudizio Eyeo e Blockr.
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Categoria: P2P e Web

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