Privacy e giustizia, dopo Apple tocca a Whatsapp

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News del 15 Marzo 16 Autore: Stefano Fossati
Dopo Apple, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti potrebbe prendere di mira Whatsapp. Secondo il New York Times, funzionari governativi starebbero infatti discutendo la possibilità di aprire una nuova battaglia legale contro la società controllata da Facebook, allo scopo di ottenere l’accesso ai messaggi inviati tramite la popolarissima applicazione (utilizzata da un miliardo di persone in tutto il mondo) in caso di indagini su terrorismo e altri crimini gravi.

L’anno scorso, Whatsapp ha adottato una tecnologia di crittazione “end-to-end” dei messaggi che li rende impossibili da intercettare, anche per l’FBI e anche in presenza di un ordine dell’autorità giudiziaria, dal momento che consente la decrittazione esclusivamente ai destinatari. Le fonti anonime sentite dal quotidiano d’oltreoceano non specificano la natura del caso in cui è coinvolto lo scambio di messaggi “incriminati” su Whatsapp, ma non si tratterebbe di un’indagine relativa ad atti di terrorismo.

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Il “problema Whatsapp”, secondo alcuni investigatori, sarebbe ancora più rilevante di quello dello sblocco degli smartphone, che vede il Dipartimento di Giustizia impegnato in un braccio di ferro contro Apple a seguito delle indagini sull’iPhone 5c appartenuto a uno degli autori della strage di San Bernardino: la diffusione delle comunicazioni criptate mette infatti in discussione la stessa possibilità, per le autorità, di intercettare telefonate e messaggi che possono essere utili nella lotta alla criminalità. Tanto che un gruppo di senatori Usa sta lavorando a un disegno di legge che, se approvato, potrebbe costringere le società a fornire al governo i dati richiesti. E in formati “leggibili”.

A prescindere dal singolo caso, un aggiornamento delle legislazioni in materia è comunque inevitabile, dal momento che le normative attuali – al di là come al di qua dell’Oceano – risalgono a quando le comunicazioni avvenivano essenzialmente su doppino telefonico e non presentavano ostacoli tecnici in caso di intercettazioni da parte delle autorità. “Whatsapp non può fornire informazioni di cui non è in possesso”, si è difesa la società due settimane fa in Brasile, dove le autorità hanno ordinato l’arresto di un locale dirigente di Facebook a seguito del rifiuto da parte del gruppo di fornire informazioni su un utente indagato per traffico di stupefacenti.

Lo scorso weekend sulla questione è intervenuto anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama: pur non commentando specifici casi, il numero uno della Casa Bianca ha osservato che, se le autorità possono perquisire “anche sotto la biancheria intima” una persona sospettata di terrorismo, non si capisce perché un telefono non possa essere soggetto alle stesse regole. Una domanda alla quale i tanti paladini della “privacy senza se e senza ma”, schieratisi a spada tratta a fianco di Apple, non hanno ancora dato una risposta convincente.
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Categoria: Sicurezza

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