Pechino di nuovo contro Apple: il marchio IPHONE è di una società cinese

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News del 05 Maggio 16 Autore: Stefano Fossati
Fino a un anno fa, la Cina era una grande opportunità per Apple, contribuendo sostanziosamente alla crescita dei ricavi della società grazie alle forti vendite nel Paese di dispositivi della casa della mela, in particolare di iPhone, diventato un cult fra la nuova borghesia urbana che raccoglieva i frutti del boom economico. Ora la Cina sta diventando invece un problema per Cupertino. Un grosso problema. E non solo perché il brusco rallentamento dell’economia all’ombra della Grande Muraglia si è tradotto, per Apple come per le altre aziende occidentali, in un tracollo delle esportazioni verso il Far East (nell’ultimo trimestre le vendite di iPhone in Cina sono crollate del 26%, costituendo uno dei fattori determinanti per il primo calo di ricavi registrato dal gruppo dal 2003); i guai peggiori, per l’azienda di Tim Cook, arrivano infatti dalle autorità di Pechino.

L’ultimo schiaffo, in ordine di tempo, lo ha sferrato (sonoramente) l’Alta corte popolare municipale di Pechino, che si è pronunciata a favore della società cinese Xintong Tiandi Technology nella causa intentatale da Apple per l’uso del marchio IPHONE. Xintong Tiandi aveva infatti registrato questo nome nel 2010 per una serie di prodotti in pelle, comprese alcune cover per smartphone, suscitando la reazione dei legali di Cupertino. Apple, da parte sua, aveva inoltrato una richiesta di registrazione del marchio nel 2002, ma la domanda è stata accolta solo nel 2013. Dunque, Xintong Tiandi può legalmente utilizzare il marchio IPHONE dal momento che, secondo i giudici, Apple non può provare il fatto che “iPhone” fosse un marchio ampiamente conosciuto in Cina prima che il produttore di articoli in pelle inoltrasse la sua richiesta di registrazione del nome, nel 2007. Apple ha iniziato a vendere l’iPhone nel Paese nel 2009.

Pechino di nuovo contro Apple: il marchio IPHONE è di una società cinese - immagine 1

Un portavoce di Apple esprime “disappunto” per la sentenza della corte pechinese annunciando che la battaglia legale andrà avanti, ma in realtà si tratta solo dell’ultima “tegola cinese” abbattutasi sulla società nelle ultime settimane. Ad aprile i servizi iBooks e iTunes di Apple sono stati chiusi dalle autorità cinesi in base a una nuova legge che impone che tutti i contenuti online visibili nel Paese siano ospitati su server basati in Cina. Una mossa che viene letta da molti come un monito nei confronti del gruppo da parte delle autorità governative a seguito della battaglia sostenuta negli Usa da Tim Cook per negare l’accesso ai dati contenuti negli iPhone di cittadini sottoposti a indagini.

Del rest, se un “caso FBI” si riproponesse in Cina, Apple avrebbe ben poche chance di difendere la sua posizione senza subire conseguenze: diversamente dagli Stati Uniti, dove la tutela della privacy individuale è un valore garantito dalla Costituzione e il fatto che una società possa permettersi i migliori avvocati può fare la differenza, in Cina il governo, om caso di contenzioso, non avrebbe alcun ostacolo a mettere al bando i prodotti di Cupertino in tutto il Paese, proprio come ha fatto con iBooks e iTunes, o addirittura a fermare la produzione degli stabilimenti cinesi di Foxconn, dove vengono assemblati buona parte dei dispositivi con il marchio della mela. Un’eventualità che potrebbe mettere in ginocchio in poche settimane anche la società con maggiore capitalizzazione al mondo.

Proprio a causa dei timori legati al mercato cinese, nei giorni scorsi il miliardario americano Carl Icahn, uno dei maggiori investitori di Apple, ha fatto sapere di avere venduto tutte le azioni del gruppo in suo possesso.

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