Hoaxy: il motore di ricerca delle “fake news”

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News del 22 Dicembre 16 Autore: Stefano Fossati

Nella battaglia contro il dilagante fenomeno delle false notizie online scende in campo anche Hoaxy, un motore di ricerca messo a punto dal Network Science Institute e dal Center for Complex Networks and System Research dell’Indiana University con lo scopo di indicizzare gli articoli di 132 siti web noti per la diffusione di “fake news”, come ad esempio WashingtonPost.com.co e MSNBC.website (che non hanno nulla a che fare con i più noti e autorevoli WashingtonPost.com e MSNBC.com), tratti da una “black list” stilata da organizzazioni “antibufala” come Snopes e Fake News Watch.

 

Rilasciato nei giorni scorsi in versione beta, Hoaxy mostra un elenco di false notizie correlate alle parole o agli argomenti ricercati dall’utente. Per ogni risultato di ricerca possono essere mostrati, attraverso dei grafici, l’andamento della popolarità sul web nel tempo e quello della diffusione sui social network come Twitter e Facebook.

Hoaxy: il motore di ricerca delle “fake news” - immagine 1
Scopo del progetto è infatti tracciare la propagazione delle “bufale” sui media online, in modo da ricavare dati utili per il contrasto a un fenomeno che si sta facendo sempre più preoccupante. “Fino a quando non avremo compreso a fondo il fenomeno, non potremo sviluppare delle vere contromisure”, spiega Filippo Menczer, direttore del centro di ricerca dell’Indiana University. Il motore di ricerca monitora anche la diffusione degli articoli di “fact checking”), con cui i giornalisti smontano, sulla base di argomentazioni oggettive, i “fake” pubblicati online, anche se i dati di Hoax confermano che le “smentite” hanno una diffusione virale inferiore rispetto alle notizie false che si propongono di contestare.

 

Oltre alle news indubitabilmente fasulle, Hoaxy rileva anche quelle basate su fatti reali, ma riferiti con un taglio che esprime evidenti pregiudizi: ad esempio, cercando “Amazon”, fra i risultati compare un articolo dello scorso 1° dicembre di Infowars.com, secondo il quale Amazon, con lo spot “Il sacerdote e l’imam”, “diffonde propaganda islamica”. Lo spot è stato effettivamente trasmesso negli Stati Uniti a novembre, ma ovviamente non conteneva alcuna “propaganda islamica”, bensì una storia toccante per pubblicizzare il servizio Prime del colosso dell’ecommerce. Proprio nei giorni scorsi Facebook, più volte sotto accusa per avere fatto da “cassa di risonanza” nella propagazione di notizie false, ha annunciato nuove misure per porre un freno a questa tendenza.

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