Facebook e la censura: i padroni dell’informazione non sono più tv e giornali

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Articolo del 27 Giugno 16 Autore: Stefano Fossati - 14806 letture
La polemica sulla “censura”, che ha coinvolto Facebook nei giorni scorsi, è la dimostrazione, una volta per tutte, di come i social media siano ormai i veri “padroni” dell’informazione. Stando a quanto rivelato da Gizmodo e dal Guardian, il social network più popolare al mondo “selezionerebbe” le notizie alle quali dare maggiore rilievo sulla propria piattaforma, “scremando” (manualmente, non per mezzo di un algoritmo) quelle relative ai partiti conservatori e di destra di tutto il mondo attraverso la manipolazione dei trending topics (presenti attualmente nelle versioni anglofone di Facebook e in corsoi di sperimentazione in quelle ispaniche e portoghesi).

L’ondata di critiche, com’è ovvio, è partita dagli Stati Uniti, dove siamo in piena campagna elettorale per la Casa Bianca, con Mark Zuckerberg che ha fatto sapere di avere avviato un’indagine sulla questione e di voler assicurare che Facebook sia uno strumento neutrale, con il quale le persone possano informarsi in maniera obiettiva. Proprio così, sembra di rivivere le polemiche sulla “par condicio” che appassionarono politici ed elettori vent’anni fa, soprattutto in Italia. Solo che oggi, per l’appunto, nel mirino non c’è la televisione ma Facebook, il nuovo (presunto) “grande fratello” dell’informazione planetaria (con l’eccezione della Cina dove non è accessibile, del resto lì, in fatto di manipolazione dell’informazione, non prendono lezioni da nessuno). Certificando un dato di fatto: la gente “assorbe” notizie sempre più dai social e sempre meno da tv e giornali.

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L’interesse di Facebook per l’informazione, del resto, non è un mistero: dall’anno scorso il gruppo di Zuckerberg “corteggia” i giornali online per arricchire l’offerta di contenuti sulla propria piattaforma. Attraverso l’iniziativa Instant Articles, dapprima solo negli Stati Uniti e poi in altri Paesi fra cui l´Italia, offre infatti ai giornali la possibilità di pubblicare i loro contenuti integralmente (quindi non soltanto titoli, sommari e link) sul social network: una strategia che mira chiaramente a fare “uscire” il meno possibile gli utenti dal proprio sito o dalla propria app. In cambio, gli editori possono intascare il 100 per cento dei ricavi pubblicitari che essi stessi riescono a generare dalle notizie pubblicate su Facebook; anche quest’ultimo, per conto suo, vende pubblicità su quelle stesse notizie, ma in questo caso si “accontenta” del 30 per cento dei ricavi, passando il rimanente 70 per cento agli editori. Un’offerta da prendere al volo per i produttori di contenuti alle prese con la crisi della pubblicità sui giornali, tanto che il social network ha già incassato l’ok di numerose testate importanti (la prima in Italia è stata La Stampa).

A prescindere da Instant Articles, sono comunque tantissime le testate che si affidano principalmente a Facebook per la diffusione delle proprie notizie. Naturale, visto che conta 1,65 miliardi di utenti attivi al mese e che, per farsi vedere, bisogna andare dove passa gran parte dell’utenza. Ma non è solo Mark Zuckerberg a impegnarsi per “mettere le mani” sull’informazione. Con quest’ultima, Google ha da anni un rapporto di amore-odio. Da un lato, il colosso del search viene inseguito e marcato stretto dagli editori online alla ricerca di visibilità per i loro contenuti, dal momento che intercetta circa il 90% delle ricerche web nel mondo: al punto che, nel delirio di “pseudo-ottimizzazioni Seo” o più semplicemente di furbate da quattro soldi da dare in pasto al motore di ricerca, ci troviamo sempre più spesso di fronte a titoli aberranti del genere “Nove cose che non sai su…” (aggiungere un qualsiasi argomento/prodotto/personaggio a piacere) o “Tizio Caio (anche qui, mettete un nome di vip qualsiasi), incredibile rivelazione”, a trasformare in indovinelli articoli che, spesso, non hanno altra utilità se non quella di attirare click verso contenuti in gran parte inconsistenti.

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Dall’altra, ci sono i grandi editori, quelli che rappresentano testate importanti della carta stampata che, pur tra mille difficoltà e indecisioni, sono stati “costretti” dal mercato a dare sempre più spazio al digitale: in più occasioni questi “mostri sacri” dell’informazione (almeno sul piano storico) si sono scagliati contro il principale motore di ricerca, accusandolo di sfruttare (gratis) i loro contenuti per alimentare il proprio business, a partire da Google News. Così, lo scorso anno Big G ha lanciato la Digital News Initiative, un’alleanza a livello europeo che riunisce importanti editori di giornali sotto la sua egida. Per l’Italia hanno aderito all’inizio La Stampa, seguita da AdnKronos, Anes, Associazione Nazionale Stampa Online, ilGiornale.it, Lettera43.it, QN Quotidiano Nazionale, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno e Uspi, ma tra i ‘soci fondatori’ figurano anche i britannici Financial Times e Guardian, il francese Les Echos, lo spagnolo El País, i tedeschi Die Zeit e FAZ, l’olandese NRC Media, oltre a organizzazioni di settore come European Journalism Centre, Global Editors Network, International News Media Association. Scopo ufficiale della Digital News Initiative è ‘favorire lo sviluppo di un ecosistema di informazione sostenibile e promuovere l’innovazione nel campo del giornalismo digitale’ attraverso lo sviluppo di prodotti che incrementino ricavi, traffico e coinvolgimento dei lettori. Il gigante di Mountain View stanzierà 150 milioni di euro per finanziare progetti che realizzino un nuovo approccio al giornalismo digitale, un fondo cui potrà accedere qualunque operatore del mondo dell’informazione che presenti progetti innovativi; infine, Google investirà nella formazione e nello sviluppo di nuove risorse per giornalisti e redazioni in Europa.

Google News e l´app Google Play Edicola, così come Instant Articles (e in generale la fruizione di notizie attraverso Google, Facebook e anche Twitter) portano però a un radicale cambiamento del modo in cui gli utenti stessi leggono le news: sempre meno sui siti o nelle app delle testate, sempre di più sui social, sui motori di ricerca o su aggregatori come le popolari app Flipboard e News Republic. Una recente indagine dell’Autorità garante nelle Comunicazioni (Agcom) mostra che i giornali online non vengono letti in maniera “organica” come quelli cartacei, su web e mobile il consumo di news passa per lo più dalle singole notizie proprio attraverso piattaforme social di aggregazione, ricerca e condivisione, definite “i nuovi gatekeeper dell’informazione”. Dove peraltro ai contenuti “professionali”, realizzati da giornalisti, si affiancano quelli realizzati direttamente dagli utenti (il cosiddetto citizen journalism) grazie agli strumenti tecnologici di cui dispongono: dai video realizzati con lo smartphone in occasione di fatti di cronaca o calamità naturali ai contributi sui social media, dove ognuno può far valere competenze specialistiche che, su determinati argomenti, possono superare quelle degli stessi giornalisti non specializzati. Senza considerare il fenomeno dei blog, in particolare in settori come la tecnologia, la moda, i viaggi o il food.

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Questi si intende quando si parla di “informazione liquida”: gli utenti fanno sempre meno caso alla testata (quand’anche essa appare in testa a una notizia letta sui social, non viene considerata più di tanto), quello che interessa ai lettori digitali è il contenuto, non la “firma”. E gli editori, ogni giorno di più, diventano content provider, fornitori di contenuti per le piattaforme sociali. Dove la linea politica viene dettata da Facebook, Twitter e Google, non dai direttori del New York Times o del Corriere della Sera.

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